La pasta alla maniera dei Morelli 2/3

Le specialità

Erotica, musicale o al cacao:
i mille volti di una fettuccina

La specialità sono i tacconi, da fare al sugo, “ce li chiedono tanti dei migliori ristoranti della Toscana e d’Italia, in gastronomie al top, da via Montenapoleone a Milano a via dello Studio a Firenze». E comunque il settanta per cento del prodotto va all’estero, e anche qui fioccano aneddoti, c’è un cliente in Giappone che chiede formati... erotici, c’è invece il titolare del Caffè dell’Opera di Stoccolma che la pasta la vuole a forma di nota musicale perché alla musica è legato il suo business, ed evidentemente il suo pubblico lo chiede. «Abbiamo fatto — racconta ancora Antonio — anche la pasta al cacao, con De Bondt, ed era curioso, non veniva a nessuno dei due, noi la facevamo con mentalità da pastai, lui con le idee del pasticciere, poi ci siamo incrociati, “io dico a te e tu dici a me come”, noi abbiamo scoperto i mille segreti insospettabili del mondo del cacao, ed eccola qua». Da cucinare con una ricetta particolare, al mascarpone, perché è amara: così fa impazzire i partecipanti alle serate gastronomiche del Nord Europa. Poi la linea produttiva asseconda e propone tanti altri gusti, ed ecco le paste aromatiche, al tartufo, al pomodoro, alle erbe, ai porcini, paste più o meno piccanti, vari formati.

Pare (il racconto si fa nebuloso e incerto come tutte le tradizioni mandate a memoria da una generazione all’altra) che quel famoso antenato abbia avuto da ridire con i garibaldini, nientemeno: capirsi, allora, tra toscani di campagna e piemontesi stretti, mica c’erano i pippobaudi o i maurizicostanzi a pontificare dal catodico per riabbricciare i sensori dell’italica riunione, e di certo secoli di padroni stranieri avevano fatto più danni degli umbertibossi d’oggi. Capirsi e non capirsi, insomma, da quella “discussione” saltò fuori che il Morelli sapeva anche far la pasta. E ne dovette fare talmente tanta, che gli venne di seguito pensare di metterci su un’azienda.

Affare di famiglia, insomma. Perfino per destini incrociati, perché i Morelli s’imparentarono con i Giorni di Lastra a Signa, altra casata di pastai, e da un’altra piccola insignificante curiosità capisci tante altre cose: da quell’insegna “pastificio a vapore” i cui tratti affiorano ancor oggi, labili eppur distinti, sul muro che si bagna di pioggia. Pastificio a vapore, roba dei primi del Novecento. Quando cominciò a entrare l’elettricità: ma sul piano degli avanzamenti tecnologici, quello in casa Morelli è stato uno degli ultimi step. Segreti, eccoli: si lavora come un tempo, «i macchinari spiega ancora Antonio — sono quelli dei primi del Novecento, soltanto i pezzi ormai usurati, avariati, deteriorati e impraticabili sono stati sostituiti con parti in acciaio inox. Così costa più che com­prarle, le macchine. Ma è una scelta». Già, una scelta che dà il senso di un indirizzo: lavorazione tradizionale, come si faceva un tempo, e non è solo un modo di dire, «da noi — continua Antonio — tutto si basa ancora sul lavoro manuale, abbiamo una ventina di dipendenti, tutti capaci di fare la pasta all’antica, depositata su piccoli telai a seccare lentamente, anche trentasei ore». Però non è mica tutto qui, il segreto dei Morelli. Affare di famiglia, insomma. Perfino per destini incrociati, perché i Morelli s’imparentarono con i Giorni di Lastra a Signa, altra casata di pastai, e da un’altra piccola insignificante curiosità capisci tante altre cose: da quell’insegna “pastificio a vapore” i cui tratti affiorano ancor oggi, labili eppur distinti, sul muro che si bagna di pioggia. Pastificio a vapore, roba dei primi del Novecento.

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